“Gelsomino nel paese dei bugiardi” è un romanzo a cui sono stato molto legato durante l’infanzia; amavo le situazioni paradossali che Rodari aveva creato e, soprattutto, quella galleria di simpatiche marionette che interagivano con altre figure cariche di umanità. Rileggendolo da adulto mi sono accorto della satira corrosiva che si nascondeva sotto la dimensione favolistica del racconto e della sconcertante attualità dell’opera.
Mi piace molto pensare che l’autore abbia affidato a questo suo racconto, quasi come fosse una “capsula del tempo”, un monito per le future generazioni contro qualunque forma di potere assoluto che attraverso l’imposizione della totale omologazione, arrivi a spersonalizzare e a disumanizzare le persone fino a trasformarle in esseri vuoti e “non pensanti”. E’ da questo punto che io e Rahel Genre siamo partiti per costruire la nostra rilettura del “Gelsomino”. La dimensione della satira feroce ci ha guidato nel ridisegnare la parabola di Gelsomino, muovendoci però alla luce di quello che è il mondo di oggi, un mondo dove purtroppo l’omologazione (verso il basso) è in stato avanzato.
Per rappresentare questo mondo così eterogeneo, composto da personaggi che, come fantasmi, punteggiano il cammino del nostro eroe e del suo amico felino a tre zampe (un essere un po’ inquietante, non trovate?), ho fatto ricorso ad atteggiamenti musicali tra i più vari: un certo rock, musical, certi cliché da opera lirica ottocentesca, un po’ di vaudeville, tutto per rendere questa “favola” ancora più astratta. Una cosa che mi preme chiarire è che sarebbe stato molto didascalico secondo me creare due mondi musicali, uno per i personaggi “normali” ed uno per “i bugiardi”; più interessante era connotare le singole situazioni in vista di quello strano epilogo che io e la librettista Rahel Genre abbiamo pensato di inserire dopo quello che era l’originale “lieto fine” di Rodari…..Siamo stati forse pessimisti?
Stefano Seghedoni